Arianna Cozzi: «A teatro porto l’inferno e la stupidità della guerra»

Intervista all’autrice di Linee tra i bordi, in scena al Teatro Marconi di Roma, con regia di Felice Della Corte: «La fotografia drammatica di una piccola vittima ha generato in me rabbia, senso di impotenza e il bisogno di riflettere sulle atrocità dei conflitti»

Arianna Cozzi è autrice dello spettacolo teatrale Linee tra i bordi, in scena al Teatro Marconi di Roma dal 13 al 16 febbraio con la regia di Felice Della Corte.
Nata a Saronno in provincia di Varese, classe 1998, dopo una laurea magistrale si diploma nel 2024 alla scuola di drammaturgia e sceneggiatura dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico.
La sua passione creativa e la sua attenzione per l’attualità la portano a scrivere questo testo: una riflessione sulla guerra, sulle sue finalità e sui cambiamenti venefici che opera nelle persone che la vivono.

Arianna Cozzi, partiamo da una considerazione: il mestiere delle armi è antichissimo. Non esiste luogo del pianeta o epoca storica che non abbia visto accadere un conflitto armato. Lei si è domandata come mai, ancora oggi, non c’è fine alla guerra?

In effetti è paradossale. Ciò che accomuna tutti gli uomini di ogni epoca è la cosa che li annienta.
Einstein diceva che l’uomo è al tempo stesso l’animale più intelligente e quello più stupido, perché nessun topo costruirebbe mai una trappola per topi.
Nel XXI secolo le guerre ci sono, come in ogni altra epoca storica, credo perché non si sia ancora fatto del tutto il passo sociale nella considerazione della potenza di una nazione: ovvero non in base alla quantità di morte e devastazione che può provocare, ma in base a quante vite può salvare.
Il passaggio di pensiero sociale non è automatico, soprattutto se nel corso della storia è sempre stato così. Ci vuole tempo e forza di volontà. Un pensiero e un ragionamento che portano poi a un agito controllato, mediato dalla consapevolezza che quello che è sempre stato non debba per forza sempre essere.

Attualmente il mondo vive le guerre in sordina. I conflitti di cui si parla non sono percepiti come vicini a noi, sono lontani.
Edward Said, importante figura per il centro di studi culturali, dice in uno dei suoi saggi che l’opinione pubblica occidentale ha la tendenza a considerarsi sempre nel giusto, unico vero e corretto metro di paragone.
Non è strano allora, date queste premesse, che la guerra dell’altrove non venga accolta con disprezzo. Piuttosto, la si vede come una cosa normale, un passaggio necessario al progresso di quell’altrove così indefinito. 

Lei ha dichiarato in un’intervista che una delle molle per scrivere questo testo è stata vedere una particolare, straziante fotografia. Ci racconta di cosa si tratta e cos’ha provato?

Era una fotografia capitatami sotto gli occhi per caso, mentre guardavo una pagina social.
Una serie di fagotti di tessuti bianchi messi uno in fila all’altro. Da uno di questi fagotti spuntava il volto deturpato di un bambino, morto. Ho provato rabbia. Una rabbia che nasceva da un senso di impotenza totale di fronte a un’ingiustizia di proporzioni enormi.
Mi sono sentita assolutamente inutile perché ero consapevole della mia impotenza. Ho pensato a quale fosse l’unico mezzo che avevo a disposizione per sentirmi un po’ meno inerme di fronte alla devastazione e mi sono detta “parlane” nella (e con la) speranza di non essere da sola in questo sentimento.

Carl von Kalusewitz diceva: «La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi». Questo è certamente vero per le persone, o per i gruppi di persone, che guidano il mondo. L’uomo comune, che poi è colui che tale guerra deve materialmente combatterla, ne viene travolto. Si può affermare che la guerra avviene senza alcun fine ultimo, senza uno scopo?

Chiaramente le parole di un generale dell’esercito dipingono la guerra come qualcosa di elevato da un punto di vista morale. Credo questo dipenda principalmente dal fatto che i generali la guerra la impostano, la programmano, la studiano ma, spesso, non la fanno.
Non è un caso che le voci più comuni che si dicono contrarie alla guerra siano quelle dei soldati che, invece, la vivono sulla pelle e ne sentono il peso nell’animo. Quello del soldato non è un peso banale, è un senso di colpa dato dalla consapevolezza di essere chi ha il potere di togliere la vita.
Credo profondamente che nel contemporaneo, dove gli esseri umani hanno a disposizione strumenti e conoscenze che consentono una profonda comprensione dell’altro, l’utilizzo della violenza come mezzo di espressione sia una barbarie. Anche perché, poi, la violenza non è mai mezzo solo espressivo, ma anche e soprattutto repressivo e/o d’imposizione.
«Questa terra è nostra, lo dicono tutti. Lo dice Dio, lo dice il fucile»: sono le parole di Jacob (personaggio protagonista dello spettacolo) e rispecchiano perfettamente il pensiero generalizzato del fanatico che vede nell’arma, più che nei suoi ideali, la sua forza.

Ci sono molti tipi di guerre al mondo, ma nel momento in cui si può combattere per una causa con la voce piuttosto che con le armi e si scelgono le armi, ecco che gli ideali vengono meno e prevale la forza distruttiva; quindi, viene meno il movente e la guerra perde di senso. 

La guerra è un inferno. In guerra l’omicidio diventa la regola, l’annientamento del nemico è l’unico obiettivo e la popolazione civile coinvolta soffre miserie e turpi crimini. Eppure le industrie belliche stanno facendo soldi a palate. Cosa è possibile fare per vincere questa sensazione di impotenza nel leggere le notizie che ci arrivano ogni giorno?

Interrogarsi. Mettersi sempre in discussione e non prendere ciò che ci viene detto come un dogma, altrimenti si scade nella propaganda. Porsi domande su tutto quello che ci è sempre stato presentato come “vero”, come “giusto”.
Cartesio diceva cogito ergo sum e il pensiero ha origine dal dubbio. Dubitare è ciò che ci rende umani e la nostra umanità, la stessa che ci fa sentire impotenti davanti a tutta questa distruzione, sarà l’unica cosa che ci salverà. Facciamo sentire la nostra voce e saremo più imponenti di qualsiasi fucile.

Arianna, lei dice: «Il saggio afferma che la guerra la vinci se non la fai». Cosa accade però se si viene aggrediti?

Gesù diceva porgi l’altra guancia. Non si spegne il fuoco con il fuoco. Il fuoco si spegne con l’acqua. Poi, chiaramente, la difesa è un diritto sacrosanto di qualsiasi essere umano e di ogni popolo, ma non può essere fatta con gli stessi mezzi brutali e distruttori dell’attacco altrimenti non si arriverà mai a una conclusione.
In questo, la forza sta nell’animo del singolo di reagire con la potenza della sua voce più che con quella del mitragliatore.

Questo spettacolo parla dell’intimità del vivere la guerra. Mi auguro che, uscito dal teatro, lo spettatore abbia il desiderio di porsi delle domande su questo argomento e sulla violenza tutta; sul sopruso e sull’apatia con cui spesso viene recepito perché, ormai, ci appare come ordinario.
Spero che ogni persona che assisterà a Linee tra i bordi si schieri a favore o contro uno dei personaggi per poi rivalutare completamente tutto quello in cui credeva.
Lo spettacolo è occasione per riaccendere mente e cuore, parlare di certi argomenti, misurarsi con emozioni negative che spesso cerchiamo di evitare.
L’intento è quello di far provare emozioni e di evidenziare i contrasti del pensiero di chi assiste alla messa in scena esattamente come accade ai protagonisti di questa storia.