Rewind | Il canto di Penelope. Donne e mito secondo Margaret Atwood

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L’Odissea e un inedito punto di vista tutto al femminile, attraverso la narrazione senza tempo della regina di Itaca e delle sue ancelle

La penna di Margaret Atwood, una delle voci più autorevoli della narrativa (anche fantascientifica) e della poesia contemporanea, nonché attiva sostenitrice della causa femminista, ha aumentato notorietà nel nostro panorama autoriale soprattutto grazie alla fortunata e bella, molto bella serie tv americana The Handmaid’s Tale (Il racconto dell’ancella), tratto dal suo omonimo romanzo pubblicato nell’ormai lontano 1985. Vicende, quelle del distopico (ma non troppo) mondo di Gilead, che proseguono nel nuovo libro I testamenti uscito lo scorso anno per Ponte Alle Grazie, e che in questa sede ci limitiamo a consigliare caldamente.

Tra le ultime produzioni della Atwood c’è anche Il canto di Penelope (sempre edito Ponte Alle Grazie, con traduzione di Margherita Crepax), che è un’interessante rivisitazione – anzi, una decostruzione e ricostruzione – del mito, delle personalità e delle menti dell’Odissea
Si percepisce subito uno stile delicato eppure irriverente, sfrontato e poetico, determinato e malizioso, capace di dissolvere l’alone di accortezza, di occulto, nonché d’ipocrisia patriarcale che resiste nell’interpretazione “tradizionale” del poema. In questa direzione, la scrittrice canadese non rinuncia alla commistione di forme e modalità narrative diverse, che prevedono l’incursione di versi lirici, la declinazione di luoghi e tempi “altri”, fantastici, fino alla sovrapposizione “impossibile” della realtà mitologica con il nostro mondo e il nostro presente.
L’elemento più “rivoluzionario” sta nel ripercorrere la storia dell’Odissea tralasciando del tutto il punto di vista di Odisseo, per considerare le diverse altre trasposizioni che, nei racconti orali e locali, si sono tramandate – ed è da queste, oltre a quella omerica, che l’autrice trae ispirazione. 

Ora che tutti gli altri hanno parlato a perdifiato, è giunto il mio turno. Lo devo a me stessa. Ci sono arrivata per gradi: narrare è un’arte minore, la esercitano donne anziane, mendicanti girovaghi, cantanti ciechi, ancelle, bambini – gente che ha tempo a disposizione. Una volta si sarebbe riso di me […], ma adesso che valore ha l’opinione degli altri?

Tra le pagine del libro si incontra un io narrante che, però, non è rappresentato esclusivamente da Penelope. Ci sono (oltre alla presenza della suocera e della nutrice Euriclea) anche le ancelle, le dodici fanciulle che accompagnano la regina di Itaca prima di essere impiccate nel tragico finale. A loro la Atwood riserva il ruolo di un Coro tragico antico che, in versi, domandano non solo la ragione della loro morte ma anche giustizia – ancora oggi, in una sorta di tribunale moderno; domandano chiarezza sulla posizione della loro padrona e sulle incongruenze interne al poema stesso. E loro, le ancelle, sono anche fantasma amletico che tormentano quella donna conosciuta nei secoli come la più devota, fedele e acuta.

Siamo le ancelle 
ci hai condannate
ci hai ammazzate
[…]
cos’abbiam fatto
rispetto a te
che ci hai dannate
[…]
e tu guardavi
i nostri piedi
nudi nell’acqua

Penelope, dall’animo scosso eppur rigido, e dall’esistenza messa da sempre a dura prova, si rivolge direttamente al lettore che rende suo confidente. Ci trasporta così nella sua versione, tra l’attesa, la fedeltà e la sopportazione, e lo fa in qualità di pura voce. Sì, perché Penelope appartiene a un tempo attuale indefinito: ci parla dal regno dell’Ade, come ombra che non deve più temere il giudizio divino, le debolezze umane, le etichette della storia: «Ora che sono morta so tutto». 
Lei, “leggenda edificante”, la conosciamo anche come figlia di Icario, re di Sparta, cugina della bellissima e – per sua natura – vezzosa Elena, sposa di un Odisseo molto “umano” – con tutti i difetti che ne consegue – tanto amorevole quanto spietato, e madre di un Telemaco che, adolescente, è impaziente di imporre la propria autorità sia ai rozzi pretendenti, sia alla genitrice stessa.

Non gli mostrai di avere capito. Sarebbe stato pericoloso per lui. […] È sempre imprudente mettersi tra un uomo e la dimostrazione delle sue capacità

La domanda che in questo romanzo cresce riga dopo riga è: cosa ne sarebbe stato di Odisseo e dell’Odissea senza Penelope? A cosa si sarebbe ridotta Itaca senza la sua abilità di temporeggiare e domare i Proci per così tanti anni (non solo tessendo e disfacendo la tela)?
Si scoprano allora le possibili risposte in questo breve e attraente volume, e, soprattutto si ammiri (non senza sorpresa) la fine capacità di Margaret Atwood di tratteggiare le identità femminili che, per quanto note, conservano lati privati, non detti, inediti – e non necessariamente reali – che l’autrice ottantunenne riesce sempre a scovare, cogliere e riportare alla luce.

Il canto di Penelope
di Margaret Atwood
traduzione di Margherita Crepax

Editore: Ponte delle Grazie
Anno edizione: 2018
Pagine: 160 pp
Prezzo: € 13,50

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