El Jockey. L’identità secondo Luis Ortega

Eccessivo e visionario: è cinema senza freni. Un film che trasforma la crisi di un ex fantino in un viaggio lisergico tra identità fluide, pulp grottesco e poesia queer

Presentato in concorso alla 81ª Mostra del Cinema di Venezia, El Jockeynelle sale dal 17 luglio, distribuito da Lucky Red – segna il ritorno di Luis Ortega con un’opera eccessiva, spiazzante, che mescola crime, melodramma queer, surrealismo e parodia pulp.
Dopo L’angelo del crimine, Ortega rilancia il proprio stile barocco e visionario in un film che è insieme favola allucinata, viaggio iniziatico e carnevale d’identità.

Protagonista è Remo Manfredini (Nahuel Pérez Biscayart), fantino leggendario e autodistruttivo, soprannominato il “Maradona dell’ippica”. Dipendente dalle droghe, pieno di debiti, Remo è in rotta con se stesso e con la compagna Abril (Úrsula Corberó).
Quando una corsa decisiva finisce in tragedia – Remo cade ed entra in coma – comincia la sua metamorfosi.
Si risveglia in ospedale confuso, come rinato, ruba un vistoso cappotto di pelliccia e scompare nella notte. Da qui, il film diventa un vagabondaggio allucinato per le strade di Buenos Aires, un pellegrinaggio surreale verso una nuova identità.

El Jockey
“El Jockey”. Regia: Luis Ortega

Il tono cambia rapidamente: da noir urbano a commedia grottesca, con inserti musicali, coreografie deliranti e apparizioni mistiche.
Ortega costruisce un mosaico caleidoscopico e volutamente instabile, dove ogni scena può sovvertire le coordinate del genere precedente.

Nel suo errare, Remo assume via via tratti sempre più ambigui: si traveste, prende il nome di Dolores.
La sua trasformazione, tra tacchi, trucco e parrucche, è anche un rito iniziatico che apre a una riflessione sulla fluidità di genere e sul bisogno di riscriversi fuori dagli schemi binari.
Ma a questa ambizione filosofica – raccontare la crisi dell’identità come viaggio simbolico attraverso il kitsch – il film non sempre dà struttura.
Le trovate narrative si accumulano senza vero respiro drammaturgico: neonati piovuti dal cielo, mafiosi dal cuore d’oro, numeri di danza improvvisati. Il risultato è un’opera che affascina per libertà inventiva, ma che spesso gira a vuoto, soffocata dalla propria bulimia espressiva.

El Jockey
“El Jockey”. Regia: Luis Ortega

Visivamente, El Jockey è di grande impatto. Ortega e il direttore della fotografia Timo Salminen compongono una Buenos Aires crepuscolare, livida, costellata di luci al neon, fango, stanze vuote e locali malfamati.
Ogni inquadratura è pensata come un quadro: simmetrica, stilizzata, teatrale. Alcune immagini restano impresse, ma questa estetica da diorama tende a irrigidire il racconto.
I personaggi sembrano spesso icone in posa, più che corpi vivi: lo stile sovrasta la sostanza, e l’eleganza formale finisce per tenere lo spettatore a distanza.
Il cuore batte poco.

Il cast riflette le stesse ambivalenze del film. Nahuel Pérez Biscayart è l’anima della pellicola: affronta la metamorfosi di Remo con generosità fisica e presenza scenica totale. È sporco, fragile, violento, poi femmineo, etereo, quasi evanescente.
Il suo corpo diventa luogo di crisi e sperimentazione, e la sua prova, pur immersa nel delirio, resta credibile.
Accanto a lui, Úrsula Corberó tratteggia un’Abril intensa ma sacrificata dalla sceneggiatura, che non approfondisce mai davvero il suo punto di vista.
Peggio va a Mariana Di Girolamo, relegata a figura decorativa.
In compenso, b con Sirena, boss mafioso kitsch e inquietante, metà drag queen, metà caricatura felliniana: una presenza grottesca che incarna perfettamente l’universo eccessivo e psichedelico del film.

El Jockey
“El Jockey”. Regia: Luis Ortega

In definitiva, El Jockey osa molto, ma non sempre arriva a destinazione.
Ortega firma un’opera visivamente seducente e carica di idee, ma fragilissima nella tenuta narrativa.
Si muove come il suo protagonista: barcolla, cambia pelle, disorienta. È un film-libero, allergico alla misura, che predilige l’impatto visivo alla coerenza drammaturgica, e la provocazione alla profondità emotiva.
Seduce gli occhi, stimola la mente, ma raramente tocca il cuore. Un oggetto filmico ibrido, a tratti brillante, a tratti autoreferenziale, che corre oltre i confini del cinema tradizionale, ma spesso senza un vero traguardo.

EL JOCKEY
Un film di Luis Ortega

con Nahuel Pérez Biscayart, Úrsula Corberó, Daniel Giménez Cacho, Mariana Di Girolamo

Produzione: Rei Pictures, El Despacho, Infinity Hill, Warner Music Entertainment
Distribuito da: Lucky Red

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